Il peso sotto-sopra: la mia storia

Sono seduta a un ristorante con davanti il piatto vuoto, ho appena finito i miei spaghetti al pesce che mi piacciono tanto.
Allungo la mano verso il cestino del pane per afferrarne un pezzo e fare la scarpetta, quando dall’altra parte del tavolo sento una signora che dice a mia mamma: “Di certo non hai problemi a farla mangiare, eh?”

Non so in quale fosse la sua intenzione, so che in quel momento si crea una piccola ferita dentro di me.

Avevo 12 anni, ero piuttosto magra e incredibilmente felice di stare a tavola, ma quella condizione era destinata a cambiare.

La mia storia con il cibo è stata come una di quelle relazioni complicate e tormentate che vorresti solo chiudere per liberarti dalla schiavitù. Tante volte lo avrei voluto dire: basta da oggi con il cibo ho chiuso!

Peccato, che mangiare sia una parte fondamentale per la nostra salute fisica e mentale.

Come mi disse un ex-fumatore accanito che era a un mio corso: “Ho trovato più facile smettere di fumare, perché almeno con le sigarette puoi semplicemente smettere. Invece con il cibo non so proprio come fare”.
Ed è quello che ho provato anche io per diversi anni: ho avuto la sensazione di essere in una trappola senza via d’uscita, tenuta in ostaggio da un carnefice indispensabile per la mia sopravvivenza.

Facciamo un passo indietro.

In prima liceo mi metto in testa che la mia pancetta deve scomparire, da lì inizia un percorso di restrizioni e rinunce da grande fame. Arrivo a non mangiare più nulla se non enormi quantità di frutta e verdura per dare alla mia pancia e alla mia famiglia l’illusione di stare mangiando qualcosa.
In entrambi i casi questa illusione durò ben poco: il mio corpo reclamava cibo e la mia famiglia era sempre più preoccupata.

Inizia così il periodo della mia vita a cui tecnicamente è stato attribuito il nome di anoressia nervosa. A distanza di tempo so che la diagnosi più adatta sarebbe stata: completa incapacità di ascoltare ed esprimere le mie emozioni, ma all’epoca non ne ero consapevole.

Questa situazione mi ha portato via 15 chili, arrivando a pesare kg 48 per cm 180. Oltre al peso, mi è costata diverse ore da specialisti di ogni tipo, giornate da incubo dilaniata dalla fame e dalla stanchezza, decine di relazioni perse e una famiglia completamente distrutta dalla mia “incapacità” di mangiare.
Mentre i chili se ne andavano, i miei voti al liceo erano sempre più alti e la mia insofferenza verso gli errori sempre più grande. Avevo atteggiamenti maniacali verso il perfezionismo, verso la pulizia, verso l’attività fisica.
Avrei dovuto iniziare l’università, quando la mia nutrizionista dell’epoca disse alla mia famiglia che sarei già dovuta essere in una clinica specializzata per disturbi alimentari. Decisero comunque di tenermi a casa a patto che ci fosse sempre qualcuno a controllare che mangiassi e non mi mettessi a pedalare come una pazza sulla cyclette.

Guarii.

O almeno così mi hanno dichiarato i medici dopo circa 4 anni. Grazie a diete ingrassanti, farmaci e molte terapie, avevo raggiunto un peso che poteva considerarsi normale (tecnicamente avevo un indice di massa corporea superiore al 18.5).

Peccato che oltre al mio peso di normale non ci fosse nient’altro.

Avevo disimparato a nutrirmi senza l’ausilio di una dieta che mi dicesse come, cosa e quando mangiare, avevo zittito i segnali di fame e sazietà, ero completamente staccata dalle mie emozioni.

Ho passato così diversi anni in cui mantenevo un ragionevole controllo sul cibo che mi teneva in un accettabile stato di salute fisico e mentale, così da poter studiare ciò che amavo (il marketing) e portare avanti la mia vita.

Ho scoperto che non ascoltavo più le mie emozioni da quando al liceo avevo smesso di mangiare carboidrati, mi sono resa conto che il cibo per me era un modo per punirmi e anche l’unico modo di coccolarmi.

Dopo un breve periodo di stallo ho iniziato a ingrassare.
Mangiavo spesso e male: di notte, di giorno, mai all’ora dei pasti. A pranzo e a cena mi concedevo una povera insalata scondita, ma, a differenza di qualche mese prima, il resto del tempo era riempito dai cibi che per anni non mi ero concessa.

Aspettavo di notte che tutti in casa andassero a letto per aprire il frigo e finalmente abbandonarmi a me stessa. Per ragioni di lavoro in quel periodo ho vissuto in città diverse, in Italia e all’estero, ogni volta speravo che la nuova casa mi portasse ad assumere abitudini migliori. In realtà, si ripeteva sempre la stessa storia: le prime settimane mangiavo normalmente, poi tornavo a mettere in atto quei comportamenti che mi facevano stare male. La cucina di qualsiasi posto in cui abitassi diventava un luogo incantato in cui io non avevo più nessun potere.

In tutti gli ambiti della mia vita riuscivo a raggiungere gli obiettivi che mi ponevo, ma davanti al cibo diventavo inerme e incapace.

Ho passato un periodo infernale in cui i vestiti diventavano sempre più larghi per nascondere a me stessa e al mondo che la ragazza notoriamente troppo magra adesso non ce la faceva a staccarsi dal barattolo di gelato.

Frustrazione.

È la parola dominante per quel periodo. Continuavo ad andare a correre ogni mattina, ma le gambe erano sempre più pesanti, non mi godevo i momenti con le mie amiche e la mia famiglia, concentrata com’ero su quello che non avrei dovuto mangiare e che alla fine mangiavo. Ero in trappola in ogni caso: se mangiavo tanto durante i pasti stavo male, se mangiavo poco aspettavo di essere a casa da sola per divorare ciò che avrei voluto mangiare prima.

Mi sentivo senza speranza. Avevo paura che il mio disagio si leggesse nei miei occhi.

C’erano i momenti in cui mi sentivo trasportata, come in uno stato di profonda ipnosi, verso il frigo o la dispensa e incominciavo a mangiare, mentre nella mia testa si affollavano pensieri come: “Tanto cercare di trattenersi è inutile”, “Ormai hai perso il controllo”, “Da domani me ne preoccupo, ma ora non pensare, ora mangia, mangia, mangia”.

Al supermercato non compravo mai ciò che mi piaceva. In un momento di disperazione arrivai a chiedere a chi abitava con me di chiudere a chiave la cucina fuori dagli orari dei pasti. Non servii a nulla.

Non sapevo a chi parlarne, non sapevo come fermarmi.

Sarei voluta andare da una dietologa, ma fino a poco prima c’ero andata per ingrassare ed era abbastanza frustrante tornarci con il problema opposto.
Nessuno poteva insegnarmi a mangiare meno, sapevo benissimo come si faceva, l’avevo fatto per anni.
E allora cosa era successo? Qual era davvero il problema?

Era successo che in tutti quegli anni non mi ero mai occupata di me come persona, di quello che c’era nella mia mente e nel mio cuore, più che nel mio piatto.

Mi sentivo come una barca in un mare in tempesta trasportata di qua e di là, senza poter far nulla per riprendere in mano il timone.
È incredibile quanto posto possa occupare il cibo nei propri pensieri. Era la mia prima preoccupazione quando mi alzavo e la mia ultima quando andavo a letto. Era la prima cosa di cui mi preoccupavo quando andavo a una cena, mi chiedevo:  “Si accorgeranno che mangio troppo perché sono ore che ho fame o troppo poco perché ho già mangiato a casa?”.

Solo dopo scoprirò che l’intento di questi pensieri era di tenermi lontano da altre domande che sarebbero state davvero importanti per me.

Molto spesso il problema di cui ci preoccupiamo non è il vero problema.

Una sera, presa dall’urgenza di voler cambiare, m’iscrivo a un corso di coaching. Non conosco la materia, ma conosco le persone che tengono il corso e mi fido di loro.
All’epoca non avevo un intento preciso: mi butto in quell’occasione come un uomo si butta sulla rete elastica dei pompieri gettandosi dal suo appartamento in fiamme. Non sapevo cosa avrei trovato, ma qualsiasi situazione era meglio di quella in cui ero.
Intanto avevo preso anche il coraggio di andare da una nutrizionista con l’unico risultato di perdere due chili al mese e riprenderli il mese successivo.

Il corso andò alla grande. Ne uscii confusa, ma con una sola idea chiara in testa: stavo facendo la cosa giusta.

Ne sono seguiti molti altri e ho iniziato a affrontare il fatto che continuare a cercare la risposta in un’altra dieta sarebbe stato completamente inutile.

Ho scoperto che non ascoltavo più le mie emozioni da quando al liceo avevo smesso di mangiare carboidrati, mi sono resa conto che il cibo per me era un modo per punirmi e anche l’unico modo di coccolarmi, che non mi fidavo più dei messaggi del mio corpo e che il mio corpo non si fidava più di me, ho visto chiaramente quali convinzioni mi stavano limitando nel poter tornare a mangiare normalmente ed essere felice.

Che grande potere hanno le convinzioni!

C’era una dottoressa da cui andavo ogni settimana per controllare il mio peso quando ancora ero molto magra, durante una visita mi disse guardandomi negli occhi: “Sai, dai disturbi alimentari non si guarisce mai del tutto. Rimane qualcosa dentro per sempre. Un po’ come quando si guarisce dalla polmonite e rimane una macchia sui polmoni visibile ogni volta che fai una radiografia”.

Quando mi accorsi del danno che quella convinzione stava facendo dentro la mia testa e dentro la mia vita, mi sentii in un solo istante disperata e libera, libera di lasciarla andare o di darle un significato tutto nuovo.

Da quel momento feci mia una nuova convinzione.

Il “disturbo alimentare” mi ha lasciato qualcosa dentro che rimarrà per sempre. Quel qualcosa ha dato vita alla mia mission profonda di aiutare gli altri ad essere in equilibrio con il cibo e con se stessi. Sento questa mission così tanto forte dentro ogni mia singola cellula che forse sì, potrebbe essere visibile anche durante una radiografia.

Il mio percorso è stato intenso: tante erbacce da togliere nella mia mente, il corpo da rieducare, la pancia da iniziare ad ascoltare, la mente da mettere a tacere e il cuore da amare.

Ne sono uscita alla grande.

Adesso ho il corpo che amo e il mio corpo ama me. Mangio quando ho fame e mi fermo quando sono sazia. Mi sono innamorata del cibo salutare perciò mangio naturalmente bene, ho fatto dello sport il mio miglior amico contro stress.
Non sono stata fortunata, non è stato il destino ad aiutarmi ma il fatto di aver finalmente scoperto come si può uscire dalla lotta con il cibo.

Ho finito il mio percorso per diventare coach e trainer in Programmazione Neuro Linguistica e ho studiato per rendere la mia esperienza condivisibile e replicabile.

Non voglio che le persone mi guardino e dicano: “Che bella storia!”, ma che dicano “Wow, come faccio a fare anch’io pace con il cibo una volta per tutte?”.

Vedo ancora troppo spesso persone incastrate in vecchi modi di funzionare, in convinzioni limitanti che da anni le immobilizzano, persone che si sono arrese al fatto che sarà sempre così solo perché ancora non hanno scoperto ciò che davvero può far andare le cose diversamente.

Il cambiamento è molto più veloce di quello che si può pensare, io ci ho messo molto a trovare la strada, ma una volta trovata tutto è andato al suo posto.

Nessuno si meraviglia che la tecnologia ci consenta di mandare messaggi molto più velocemente di qualche anno fa quando si usava il fax o le lettere cartacee. Eppure in molti sono diffidenti quando per le persone si parla di cambiamenti veloci: se sfrutti le innovazioni introdotte nel campo anche poter cambiare diventa molto più immediato!

Voglio liberare le persone dalla continua ansia da prestazione verso il cibo, le diete e lo sport, voglio che ognuno faccia del proprio corpo e della propria mente un luogo straordinario in cui vivere da oggi, non da domani.

Chi mangia ciò che ama, si muove, chi è in forma e felice usa degli scemi mentali che per il momento non hai mai conosciuto.

Nemmeno io li conoscevo: pensavo di essere destinata ad essere sottopeso o sovrappeso, destinata ad avere un corpo che non mi apparteneva né nell’uno, né nell’altro caso.

Mi sbagliavo, per fortuna. Nessuno è destinato a non poter avere un buon rapporto con il cibo. Ci sono semplicemente persone che già lo sanno fare e altre che ancora possono impararlo.

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